alibroapertodueWhat the fuck means “in the fandom”?

Fangirl.
Un libro che ho comprato semplicemente per il fatto che parla di una ragazza diciottenne appena approdata al college che preferisce perdersi nel mondo della sua serie di romanzi preferita (casualmente molto, molto simile ad Harry Potter) piuttosto che uscire fuori di casa per socializzare come farebbe la gente normale.

Amore per le storie, un pizzico di sentimenti, due cucchiani di ansia sociale et voilà ecco a voi servito l’utente tipo di tumblr* – in qualsiasi tipo di fandom – che si rinchiude nel mondo dei personaggi che gli piacciono.
Ma che garanzie da’ questo mondo rispetto a quello normale? Non rischia di portare un po’ all’alienazione? Perché passare secoli a ricevere feels da fanfiction piuttosto che abbracciare un amico, aiutare qualcuno, vivere gli eventi che durante una vita sicuramente ti fanno provare le stesse emozioni?

Rainbow Rowell qui parla di qualcosa di attuale e vero, in questo libro, qualcosa in cui tutti passiamo una volta nella vita. Siamo stati tutti un po’ delle fangirl o dei fanboy. E se ci scappa di rispondere anche ad uno di quei quesiti esistenziali (che, lo ammetto, riguardano un po’ anche me, come lettrice che spesso si rifugia in mondi immaginari quando qualcosa va storto o ha bisogno di conforto) tanto meglio.

*in nessun modo è qui inteso screditare i suddetti utenti. Anche io ho il mio fanblog su tumblr, ma vedo di quelle cose assurde (gente che litiga per personaggi di finzione manco ne andasse del mondo) che pormi queste domande è stato inevitabile.

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Perché essere felice quando puoi essere normale?

Ho comprato questo libro per impulso, perché un titolo che è anche una domanda così forte e potente e che contiene dentro di sé tante parole – dette e non dette – deve avere per forza qualcosa di interessante da raccontare, qualcosa che vale la pena scoprire.
Perché quando l’autrice (Jeanette Winterson) sembra parlare a te – e di te – significa che tra le mani non hai solamente un libro. Non hai solamente il frammento della vita di qualcuno che si racconta. Hai davanti una serratura, un piccolo buco, che ti permette di sbirciare nella vita di tante persone che con una domanda del genere ogni giorno devono farci i conti.

Perché ci ostiniamo a voler essere felici, a ricercare ciò che ci piace, a trovare uno scopo, piuttosto che deciderci ad essere normali e adattarci dentro alla trama di un arazzo che hanno deciso per noi, talvolta persino prima che nascessimo?
Forse è “semplicemente” il fatto che il posto che hanno tenuto da parte per noi in questa trama non è il nostro, non ha la nostra forma.

Sono solamente all’inizio del quinto capitolo – pagina 47, è anche piuttosto breve – ma ogni parola è una scoperta, poetica, pregna di significato.
In fondo a me i libri piacciono così.

Handbook for dragon slayers #1

The earthquake inside me started low in my feet and belly. The memories of all the bad things that had ever happened at Alder Brook were not in isolation; there was also the time I had been praised for a just decision or a wise notion. There were memories of all the people who had loved me and tried to make me feel better in the face of the ignorant and idiotic.
[…]It was hard to remember those times – hard to remember them and let them be as important un my memory as the hurts and slights. But I had to remember them.
And I had to accept that maybe my memory wasn’t perfect.
~ Handbook for dragon slayers, Merrie Haskell

Un libro per le feste

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Io non ho mai amato particolarmente il Natale.
In compenso, mi piace come scrive Mauro Corona. Devo aver letto tre libri ed un mezzo di quei tanti che ha scritto e dico mezzo perché la data di restituzione della biblioteca mi ha fregato e non sono riuscita a finirne uno (tanto so benissimo che prima o poi recupero).
Dunque quando entrando al Trony di via Torino a Milano vidi, il mese scorso o forse a ottobre, che era uscito il suo nuovo libro Una lacrima color turchese, sapevo già che l’avrei letto anche se non sapevo quando.
Il caso la fa sempre da padrone e girando al banchetto dei libri d’inizio mese sono riuscita a reperirne una copia ad un buon prezzo – perché io, che rispetto immensamente il mestiere dello scrittore ed adoro in particolare questo scrittore, non riesco però a capire perché un volumetto di così poche pagine (92 per la precisione) debba costare 12 €. Finissero, esclusi i costi di stampa, in tasca a lui credo che potrei anche accettare la cosa ma ho come il dubbio che la fetta grossa vada all’editore.
Comunque sia, torno a casa con questo volumetto dall’aria apparentemente innocua e la copertina parzialmente orrenda – ma forse sono io a non avere il gusto estetico di un designer – e mi ritrovo ad averlo finito tutto d’un fiato in men che non si dica. E probabilmente lo rileggerò prima che finisca l’anno.
Quando mi prenderà l’odio per il Natale, con i suoi sorrisi falsi e di plastica, quando comincerò a non sopportare la gente che si fa regali mandandosi mentalmente al dialovo io prenderò in mano questo libro.
Quando sentirò gente che va a mangiare dai parenti che detesta, non con lo spirito della riconciliazione, ma con quello del grande sacrificio perché apprestandosi a sopportare per ore gente che non vuol vedere (piuttosto che avere il coraggio di dire: spiacente, io e te non ci prendiamo proprio, aggiungerei, ma voi direste che non starebbe nello spirito anche se in realtà io nel Natale non ci credo) io prenderò in mano questo libro.

Bisogna dire che, sparsi qua e là, esistevano buoni cristiani, fedeli praticanti dal cuore generoso che non andavano a messa per essere notati. Anzi, a messa non ci andavano affatto. Erano rari come mirtilli bianchi, ma anche a loro i diavoli dell’inferno avevano sottratto Gesù Bambino. Evidentemente, sotto sotto, qualche tara personale ce l’avevano anche i cristiani integerrimi. Quindi niente Bambino neanche a loro. Seppure fossero gente per bene, non erano immuni da peccati mortali e bramosie non contemplate dalla fede. E così Satana aveva infierito anche su di loro. Normale. Il vero cristiano, puro e candido, che fila la vita sul telaio dei dieci comandamenti deve ancora nascere.
E non nascerà.

Non tanto perché mi piaccia leggere trovando conferme che sì, ho ragione: sono sorrisi di plastica tanto quanto le moderne decorazioni e pavoneggiamenti che si notano più delle lucine con le quali riempiamo case, strade e cervelli. Ma forse per trovare un po’ di conforto nel vedere che queste persone, tanto spesso, nemmeno se ne rendono accecati come sono dalla carta dei pacchi e dalle luci e dalla decorazioni, impegnati a riempirsi lo stomaco di dolci, vino e di tortellini in brodo.
Il che mi dona un lieve sollievo, mentale almeno, perché in fondo non puoi di certo arrabiarti con il cieco se ha perduto la vista.
Ed un barlume di speranza: forse qualcuno si guarderà intorno in quel giorno e si renderà conto che “esser più buoni” è un discorso che non ha né capo né coda a meno che già non si sia particolarmente buoni o che uno non cerchi di essere migliore anche per l’anno a venire.

Leggendo Hunger Games

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Tutte le paranoie di Katniss nei confronti di Peeta (ma che, davvero il figlio di un fornaio si chiama come un tipo di pane? Ho riso per le prime venti volte che veniva nominato) ricordano molto il livello di stratificazione geologica di pensieri che sta subendo il mio cervello ultimamente.
Dicevo venerdì scorso che il romanzo di stopico e, più in generale, certe situazioni catastrofiche ci piacciono perché ci aiutano a fare i conti con il mondo ed è proprio quello che mi ha preso di più: eccola, una sedicenne pronta a spaccare i culi che però pensa troppo – perché chiaramente quando devi sopravvivere in un ambiente del genere diventi paranoico – e che oscilla tra la paura e la sicurezza di poter almeno provare a combattere.

– Potremmo farlo, sai? – dice Gale sottovoce
– Cosa? – chiedo io
– Lasciare il Distretto. Scappare. Vivere nei boschi. Tu e io potremmo farcela.
Non so cosa rispondere. E’ un’idea completamente assurda.

Ammetto però che non sto apprezzando particolarmente il modo in cui è scritto, forse l’unica pecca in una storia altrimenti parecchio interessante. Si sta svolgendo tutto molto, molto lentamente ed io sono lì che non vedo l’ora di arrivare alla parte succosa!

Ah, se vi state chiedendo qual è il mio personaggio preferito fino alle 120 pagine cui sono arrivata: Gale, cento volte. Peccato che immagino non si veda fino a che lei non ritorni a casa? sssssht, niente spoiler! 😀

A eterno merito del Distretto 12 va detto che nessuno batté le mani. Nemmeno quelli con le ricevute delle scommesse in mano, quelli che di solito sono al di là della compassione. Forse è perché mi hanno conosciuta al Forno o hanno conosciuto mio padre o hanno incontrato Prim, a cui nessuno può far meno di volere bene. Così, invece di rispondere all’applauso, me ne resto lì immobile, mentre loro mettono in atto la più audace forma di disapprovazione di cui possono disporre. Il silenzio. Che diche che non siamo d’accordo. Che non perdoniamo. Che tutto questo è sbagliato.

Riflessioni su Coraline: l’Altra Madre

– Fuggi, finché hai aria nei polmoni e sangue nelle vene e possiedi ancora la tua mente e la tua anima –
– Io non scappo – disse Coraline – I miei genitori ce li ha lei. E io sono venuta a riprendermeli –
– Ah, ma lei ti terrà qui finché i giorni non diventeranno polvere, le foglie cadranno e gli anni passeranno uno dopo l’altro come il tic-tac tic-tac di un orologio –
– No – disse Coraline – Non lo farà.

~ Coraline – Neil Gaiman

Tutti hanno un’altra madre, al di là della porta nascosta nel salotto – quello in cui i genitori tengono i mobili antichi ed i quadri che raffigurano fruttiere. Sto letteralmente divorando questo libro e la prima cosa che ho pensato è quanto questa altra madre possa essere vista come raffigurazione di paure, angosce, ansie e tormenti contro cui spesso ci ritroviamo a combattere ogni giorno.

Si è nutrita di noi finché non c’è rimasto niente, solo pelli di serpente e carcasse di ragno, dicono i bambini a Coraline.
Come gli stati d’animo di cui l’ho fatta rappresentazione, questa figura di nutrice deviata cresce negli angoli bui e nascosti dell’animo e salta fuori nel momento in cui siamo più deboli. Proprio come Coraline, scoraggiata nel venire costantemente ignorata, anche se più che altro ciò che viene ignorato sono i suoi bisogni di bambina perché i suoi genitori cercano di trattarla piuttosto come un’adulta.
Quando cominciamo a nutrire questi sentimenti negativi, ecco che l’altra madre cerca di adescarci fornendoci materiale per nutrire le nostre stesse paure, peggiorando la nostra condizione e nutrendosi poi di tutto ciò che genera.
Ecco le pelli di serpente, ciò che rimane di una muta che non sempre rende migliore la persona, a testimoniare un cambiamento, e la carcassa di ragno tessitore di tele che in questo caso non si costruisce la propria casa, la tela che lo nutre, ma una vera e propria prigione. Ed il ragno è un animale che ritorna spesso legato a quest contorta figura femminile.

Ma fortunatamente Coraline è una bambina coraggiosa: non perché non prova paura, ma perché (come il suo vero padre le ha insegnato) il vero coraggio nasce quando pur impauriti compiamo comunque un’azione, facciamo la cosa giusta. Non scappa, quindi, ma getta una sfida a queste forze: le guarda da fuori, le accetta e poi le sfida.
Coraline è una bambina coraggiosa.

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A libro aperto

Nuova settimana, nuova rubrica 😀
Sbirciate nei libri che sto leggendo in questo momento
!

Questa settimana vi propongo solamente qualche riflessione, poiché ho in lettura solamente libri in inglese e non mi va di imboccarli a chi magari in lingua non legge (tra l’altro, ho in serbo un post a riguardo).
Sono abbastanza contenta di essere riuscita a leggere ben 10 storie in una sola settimana, anche se sono le più corte ed anche se sono capitombolata in mezzo a storie mica troppo allegre: le prime quattro avevano tutte a che fare con donne con problemi nella sfera sentimentale o comunque nel matrimonio. Weekend di Fay Weldon mi è molto piaciuta, ha una bella struttura ed è sicuramente molto adatta anche ai giorni nostri per il modo in cui si struttura il rapporto tra Martin e Martha. To Room Nineteen di Doris Lessing è stata molto più difficile da digerire e se devo essere sincera non ho del tutto capito lo stato d’animo di questa povera donna.
Tra quelle che ho preferito, invece, The Invisible Japanese Gentlemen di Graham Greene che è leggera e della quale ho apprezzato l’ironia (e la critica) a quegli scrittori che pensano che due sorrisi di un editore significhino assicurata gloria, ed anche The family supper di Kazuo Ishiguro mi è piaciuta, anche se il tema non mi interessava questo scrittore ha uno stile che apprezzo.

Per questa settimana – visto che è lunedì non mi esimo dal cercare di darmi obiettivi più o meno irraggiungibili – spero di riuscire a finire *almeno* altre cinque di queste storie più Brokeback Mountain di Anne Proulx e quella povera metà di Cronache Marziane di Ray Bradbury che ancora mi mancano.