Author Overview – Rainbow Rowell

Inauguriamo questa nuova rubrica estiva con un’autrice che ho scoperto solo recentemente, ma che sto amando molto: Rainbow Rowell.
Americana, con una carriera di scrittrice per l’Omaha World Herald alle spalle, il suo primo libro viene pubblicato nel 2011. Da allora di libri ne ha scritti altri quattro, uno dei quali previsto in uscita entro quest’anno.

Bibliografia

  • Attachments – 2011
  • Eleanor & Park – 2013
  • Fangirl – 2013
  • Landline – 2014, vincitore nella categoria romanzo dei Goodreads Choice Awards 2014
  • My true love gave to me – 2014
  • Carry on – ottobre 2015

Anche se viene genericamente inserita nel genere Young Adult (Giovani Adulti) non tutti i suoi libri hanno per protagonisti adolescenti o ragazzi alle prese con le prime frasi della propria vita adulta. In ogni caso, come scrive lei stessa sul suo sito, scrive sempre di persone che parlano tanto. E di persone che pensano di aver rovinato tutto. E di persone che si innamorano.

Parole più vere non ci potrebbero essere, visto che contrariamente all’adagio ormai popolare e spesso usato a vuoto “Show, don’t tell” lei invece racconta proprio attraverso le parole dei propri personaggi. Ci sono sempre tanti sentimenti forti, in gioco, nei suoi libri, che non si risolvono con una descrizione dei comportamenti della persona, quanto piuttosto dal modo in cui il personaggio stesso parla o pensa.
Ed è proprio l’amore per la scrittura del dialogo, per l’interazione sociale, per la rappresentazione dei legami umani attraverso le parole, che si vede sin dal suo primo libro, che si apre con un fitto scambio di e-mail tra Beth e Jennifer. Arguto, simpatico e soprattutto realistico questo scambio continuerà poi per tutta la durata della storia.

Rainbow Rowell è un’autrice dei nostri tempi che riesce a parlare dei nostri tempi in una maniera cruda eppure allo stesso tempo molto semplice. Non giudica mai, nelle sue storie. Cat non è trattata come una stramba perché le piace scrivere fanfiction, Park non è sminuito nel suo essere “maschio” perché non ha quei classici comportamenti un po’ aggressivi e strafottenti che ci si aspetta da un ragazzo di diciassette anni. Lincoln non viene giudicato per la sua incapacità di dimenticare il suo amore del liceo. Gli altri personaggi agiscono di conseguenza, danno le loro opinioni, ma non sono quelle univoche verità che ritroviamo nei giudizi sociali di Dickens, per esempio.
Semplicemente sono. Sono tutto ciò che può accade
re ad una persona nella propria vita, anche se a volte può sembrare strano o fuori dal normale e a volte sono quelle cose che molte persone ritengono senza importanza, impossibili o senza fondamento nella vita reale.

In Italia, che io sappia, sono stati pubblicati solamente due dei suoi libri: Attachments, con l’orribile titolo “Per l’amore basta un clic” (che lo fa sembrare una specie di telenovela moderna) ed Elanor & Park, prima con il titolo di “Per una volta nella vita” e l’edizione successiva come “Eleanor & Park. Per una volta”.

Le mie impressioni? Per il momento ho letto solamente i suoi primi tre libri e spero vivamente di mettere le mani su Landline molto presto. Ma guardiamoli più in dettaglio:

  • Elanor & Park è il primo che ho avuto il piacere di leggere. Scelto letteralmente a caso mentre ero in Estonia e cercavo qualcosa da leggere in libreria e se devo essere sincera un po’ storsi il naso. “Sarà la solita storia d’amore tra adolescenti” mi dicevo, temendo di ritrovarmi poi con la storia scontata di turno, dove il tutto si risolve per amor di finale felice. Mai paura fu più sbagliata: la storia d’amore c’è ed è tratteggiata in maniera così autentica, così vicina a quelli che sono davvero i sentimenti che si provano quando ci si innamora davvero per la prima volta, che sono letteralmente rimasta a bocca aperta. Ma è anche una storia che parla di abusi familiari, di ragazzi che non riescono a vivere le aspettative dei genitori, di chi non riesce ad essere “dentro” perché considerato strano o anormale. C’è amore, c’è la felicità di chi riesce a ritagliarsi una parentesi di felicità in una vita che seppur breve, non è stata gentile, c’è la paura, c’è la voglia di scoprire il futuro.
  • Fangirl l’ho comprato subito dopo aver finito E&P, anche se ci ho messo un po’ per trovare il tempo per leggerlo. Nuovamente, sono rimasta sorpresa, perché siamo tutti un po’ come Cat o almeno io sono un po’ come lei: l’amore per i personaggi di finzione, talvolta l’essere fangirl di qualcosa appunto, fino a diventare un po’ strani agli occhi degli altri. Ma soprattutto perché è un bellissimo riflesso di come a volte le persone si ritagliano mondi immaginari perché hanno paura del proprio, perché non sanno come viverci, perché qualcosa le ha scosse così profondamente da avere paura. E da buona frequentatrice di tumblr, questa realtà si vede sin troppo spesso, ed io stessa mi chiedevo perché? E’ un ritratto che non è poi così lontano dalla realtà, da una certa realtà.
  • Attachments l’ho finito un paio di giorni fa. Si vede che è la prima prova letteraria di quest’autrice, tanto che il finale l’ho trovato un po’ scombussolato ed a tratti inconsistente, ma il libro in sé rimane molto bello e molto godibile. Ancora una volta i personaggi sono persone la cui vita sembra normale, eppure con i loro problemi ed i loro casini. Personaggi che vogliono crearsi una vita, altri che hanno troppa paura di farlo, altri ancora che non vogliono o non ci riescono, il tutto condito dallo scambio di mail tra Beth e Jennifer che il protagonista maschile, Lincoln, è costretto a leggere. Il suo lavoro è proprio quello di evitare che le persone usino la rete informatica dell’azienda (un giornale che di nome fa Courier) per motivi personali. Eppure è proprio alle parole delle due amiche che si appassionerà, mentre cerca di costruirsi una vita dopo l’ennesima laurea, il ritorno a casa con la madre, il tentativo di dimenticare l’unico amore della sua vita.

Sono tutti libri che ti lasciano la voglia di abbracciare il volume una volta che l’hai finito. Lo guardi, te lo rigiri tra le mani, apri le pagine nei punti migliori. Rileggi le frasi più belle. E poi ti dici: “ne voglio ancora”.

Perché essere felice quando puoi essere normale? di Jeanette Winterson

thumb_book-perche-essere-felice-quando-puoi-essere-normale.330x330_q95Perché essere felice quando puoi essere normale? di Jeanette Winterson (Why be happy when you could be normal?) Mondadori (collana Oscar Contemporanea)
Prezzo: 9.50
Pagine: 206
Letto in italiano
Voto:five

Ci sono persone che fanno fatica a prendere in mano le redini della propria vita per andare incontro alla meta che si sono prefissate. Jeanette Winterson non è una di queste.

Da giovanissima il pensiero che le viene davanti al rogo di libri, i libri che nascondeva sotto il materasso, che nascondeva alla vista della madre – fanatica religiosa di fede evangelica che vietava alla figlia le letture, tra le tante cose – che nascondeva anche dentro la memoria ed il cuore, quei libri che stavo bruciando consumati dalle fiamme quello che Jeanette Winterson si ripromette è: un giorno i libri li scriverò io.
E lo farà. Ne scriverà molti e uno (Non ci sono solo le arance) diventerà anche sceneggiato della BBC, attirando critiche e polemiche.

Ma sono tante le cose che questa donna deve affrontare prima di raggiungere Oxford: i comportamenti della madre depressa, una madre adottiva che la vede come culla sbagliata perché non è la figlia che avrebbe voluto. Il padre silenzioso e quasi fantasma di fronte a questi episodi. La presa di coscienza della propria omosessualità, che porterà ad un tentativo di esorcismo da parte della comunità evangelica di cui la famiglia Winterson fa parte. Il dolore dell’abbandono da parte di questa ragazza, rendersi conto che non sempre l’amore è disposto a tutto.

I libri per me sono una casa. I libri non fanno una casa, sono una casa, nel senso che, così come pari una porta, apri un libro e ci entri. Dentro trovi un’altra dimensione temporale, e un’altra dimensione spaziale.
Trovi un calore, un focolare. Mi siedo a leggere un libro e avverto una sensazione di tepore. Come mi succedeva in quelle fredde notti passate sui gradini d’ingresso.

Sin da piccola la giovane Jeanette Winterson trova nei libri un mondo dove rifugiarsi, una porta spalancata per fuggire dalla sua infanzia difficile e dal mondo della condizione dura in cui vive. Un mondo che può raggiungere semplicemente dallo scaffale della narrativa inglese A-Z della biblioteca della piccola città in cui vive. Per questa donna le storie non sono solo storie e le parole non sono solo parole: ogni racconto, poesia, narrazione, leggenda prende vita per lei e da lei, dalla sua penna. Vi sono molte citazioni, molti riferimenti a tante opere della letteratura, tutte diverse. Tutte con un particolare significato nella sua vita. Tutte si intrecciano alla sua esistenza.

E’ la vita di una persona che spesso si interroga sull’amore, dall’iniziale perdita della madre biologica alla vita con i genitori adottivi, le relazioni amorose. Dubbi, paure, insicurezze sull’amore, sull’incapacità di amare, sull’essere amata.

Opinione personale
Ho amato molto questo libro. Come ho scritto in un precedente post a tratti pareva che parlasse di me: certe paure e certi dubbi cozzano così bene con quello che sento e quello che provo che questo mi ha permesso di immedesimarmi molto bene con questa scrittrice, mai nemmeno sentita prima di  una casuale domenica mattina in libreria. Mi ha molto colpito il suo stile schietto e la semplicità con cui parla di sé stessa, lo stile genuino – io non riuscirei a descrivermi in questo modo, mi dicevo durante la lettura. E la grande conoscenza della letteratura, questo suo intrecciare la vita ai libri: anche questo ha contribuito a farmi sentire un po’ come lei, io che cito la riga di un libro ogni volta che la voce lo richiede e che mi chiedo cosa troverò nel prossimo volume che prenderò in mano? Cosa scoprirò nel prossimo libro?
In questo, di libro, di cose ne ho scoperte tante – alcune piacevoli, altre un po’ meno.
Ma soprattutto ci ho trovato coraggio e amore. Ed il coraggio di amare, anche quando non si sa come farlo.

Consigliato se
. Preferite le biografie ai romanzi
. Non avette mai letto una biografia. La storia è a tratti così incredibile che potreste far fatica a credere che sia vera
. Vi piacciono le vite non ordinarie, fuori dagli schemi

Il Vichingo di Tim Severin

5b8eIl Vichingo di Tim Severin (Odinn’s Child, Viking #1)
Piemme edizioni
Letto in italiano
Pagine: 383
three

In questo preludio alla storia di Thorgils, che racconta dei suoi primi vent’anni di vita, quella che si vede è la figura di un bambino, di un ragazzo e poi di un giovane uomo, la cui sorte non gli permette di fermarsi mai troppo nello stesso luogo, ma che non se ne lamenta – anche se a volte mi veniva da pensare “Ma non hai voglia di smettere di correre e riprendere fiato?” – perché ispirato dalla figura mitica di un altro grande viaggiatore e cercatore di conoscenza: Odino.
A Thorgils vengono infatti insegnate le Antiche Abitudini prima da due uomini della casa di suo padre e poi da un vero sciamano/stregone che lo inizia alla conoscenza più raffinata dei miti, delle figure divine, delle rune e dei galdr.
In cerca delle origini della madre ed in balia della fortuna, Thorgils finirà dall’Islanda all’Irlanda e qui, sempre per il volere del fato – o delle Norne, in questo caso – si ritroverà a girare questa terra in compagnia di un brithemen, ovvero una figura discendente da quella degli antichi drui – i druidi – che si occupa di medicina, di poesia e in particolare dell’ordine e del mantenimento della legge e dell’equilibrio naturale.

Tutte le figure che ispirano Thorgils in questa prima parte della sua vita sono figure di eloquenza, figure che lo spingono ad approfondire la propria conoscenza da ovunque essa possa derivare – dalle rune, dalle antiche usanze scandinave, da quelle irlandesi, dalla natura, dallo scalpellino del monastero, dal fabbro o dai tomi in latino della biblioteca – con Odino sempre intesta, a far da ispirazione e punto di arrivo, maestro attraverso le storie che narrano di lui e delle sue gesta.

op
La narrazione in prima persona, che in un romanzo autobiografico dona sicuramente spessore alla storia, diventa però un’arma a doppio taglio perché si rischia di di scadere in particolari minimi e di nessuna importanza che non vanno ad arricchire la scena, ed in particolare qui più che altro ci sono alcune ripetizioni e talvolta anticipazioni di episodi successivi che però non sempre rientrano bene nella narrazione.
Lo stile narrativo, nel complesso, non mi ha fatto impazzire e purtroppo non mi ha permesso di godermi appieno la storia, che in sé trovo interessante e ricca di alcuni personaggi particolarmente significativi– Thrand ed Eochaid per esempio – e spesso mi sembrava di avere in mano un libro infinito e che non avrei mai terminato la lettura. Ebbene sì, in certi tratti diventa un po’ tedioso e noioso.
Ma ha anche lui i suoi punti di forza: le descrizioni, per esempio, sono molto belle perché dei paesaggi Groenlandesi e Islandesi c’è poco da dire in termine di descrizione – o per lo meno, c’era poco da dire dei posti che venivano visitati nel libro – e l’attenzione è stata focalizzata sugli usi, i costumi, le tradizioni, gli edifici e le persone che abitavano queste terre dando un quadro interessante dal punto di vista storico che, per quel che ne so, era anche abbastanza verosimile e accurato. Per me hanno avuto particolare effetto le descrizioni dei miti, del rapporto tra Thorgils e Odino, delle Antiche usanze scandinave e del contrasto con il Cristianesimo che in quel periodo storico stava cominciando a espandersi sempre più nel nord Europa. La lotta di alcuni per preservare le Antiche Vie sono qualcosa con cui non posso far altro che simpatizzare.

In conclusione? Un bel libro, che non ho trovato completamente di svago, più per le poche battaglie e parapiglie, inevitabilmente cruente, che per altro.
Ho preso questo libro in biblioteca senza sapere che era il primo di una trilogia e mi trovo incerta se continuare o meno perché se lo stile non mi ha fatto impazzire, sono curiosa di sapere come continua la storia di Thorgils.
Chi vivrà vedrà (allungarsi la TBR).

Il Mago di Ursula K. Le Guin

d0e73f54263093c18123785cd4258feaIl Mago di Ursula K. Le Guin – In originale The Wizard of Earthsea
Primo libro del Ciclo di Terramare
Edito in Italia da Mondadori, inserito nella collana Oscar Bestsellers
Letto in italiano
five

Ogni cosa al mondo ha un nome vero. Conoscerlo conferisce potere sulla cosa stessa ed è questo il potere della magia, nel mondo di Terramare almeno.

Ged ha un innato talento per la magia: all’età di undici anni e con i soli insegnamenti della zia, fattucchiera di campagna più che maga, riesce a salvare il villaggio da un’incursione. L’episodio lo rende noto anche oltre i confini della propria casa ed è così che incontra il suo primo maestro.Uomo taciturno, Ogion lo porta con sé alla sua casa con l’intenzione di addestrarlo nell’arte magica nel modo migliore, di modo che Ged – il cui potenziale è altissimo – non rischi di cacciare sé stesso, o qualcun altro, nei guai.
Perché il potere della magia non sta nel piegare le cose secondo la propria volontà, ma nel conoscere ogni cosa per quella che è: conoscere il fioro non solamente con il suo nome vero, di modo da avere potere su di esso, ma conoscere anche le parti di cui è composto ed i suoi usi. Comprendere il mondo in maniera così intima, da intuire le leggi secondo le quali funziona e di conseguenza, non alterae l’equilibrio.

Inizialmente, Ged è quasi un antieroe: vanitoso e superbo, in quanto pienamente coscente delle sue potenzialità, ma al contempo ingenuo come tutti i ragazzi ed incosciente come solo chi ha un grande ego ed un grande orgoglio può essere. Pur cercando di tenerlo lontano da questi lati di sé stesso, cercando di educarlo prima che possa essere mosso a compiere una sciocchezza, Ogion fallisce e Ged sarà ben presto costretto a fare i conti con i lati negativi di sé stesso. Difatti il ragazzo, alla ricerca di molto più delle lente lezioni di Ogion, un giorno mette il naso in uno dei libri del maestro ed è così che incontra per la prima volta l’Ombra, quasi come un monito. Il vecchio mago, resosi contro che il ragazzo è troppo impaziente, gli offre – seppur con riluttanza – di andare a studiare all’accademia di Roke, la più grande e famosa di tutto il Terramare.

Io penso che tutti i poteri, nella loro origine e nella loro fine, si riducano ad uno solo. Anni e distanze, stelle e candele, acqua e venti e magia, l’abilità nelle mani di un uomo e la saggezza nelle radici di un albero: tutti quanti sorgono insieme. Il mio nome, il tuo, e il vero nome del sole, o di una sorgente da d’acqua o di un fiore non ancora sbocciato, sono tutte sillabe di un’unica grande parola che viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non v’é altro potere. Non v’é altro nome

Anni dopo, quando ha oramai guadagnato il titolo di mago insieme al bastone che ne è simbolo, Ged tornerà dal suo vecchio maestro per cercare aiuto e consiglio: l’ombra dell’Ombra, presagio visto tanti anni prima, ora è una vera creatura, una vera ombra – un gibberling – che insegue Ged ovunque egli vada. Dopo aver passato anni a nascondersi a Roke e poi anni a scappare, finalmente Ogion gli consiglia di divenire lui stesso il cacciatore della creatura scatenata anni prima, in un momento di insconcenza e guidato dall’ego e dalla vanità. Sebbene scettico inizialmente, Ged decide di partire ed il suo viaggio lo condurrà fino ai confini dell’Orizzonte Est e poi nel mare aperto, verso lo scontro finale.

Pensato per ragazzi, il linguaggio del libro è diretto ed inframezza le riflessioni dei personaggi – alcune molto belle e profondamente spirituali – a lunghe descrizioni degli ambienti che Ged incontra nella sua fuga prima, e la sua caccia poi. Il ritmo della narrazione è quindi piuttosto lento rispetto a tanti altri racconti del genere, eppure è proprio questo che lo rende diverso da altri episodi di narrativa fantastica: questo primo volume del Ciclo di Terramare non è tanto la storia di qualche epica avventura o di grandi gesta, ma è la storia di un essere umano alla ricerca di sé stesso e che combatte ogni giorno per trovare la propria strada. Una persona che per un atto di vanità ha buttato al vento la propria vita, che si sente sbiadito, vecchio ed arcigno e davanti a sé non vede niente.

Consiglioù
. Volete leggere un classico del genere
. Cercate qualcosa che non sia il solito racconto fantastico
. Avete voglia di guardare in faccia le vostre paure
. Volete interrogarvi un po’ sulla vita e sul viaggio che state percorrendo
. Volete trovare un po’ di coraggio
. Volete chiedervi cosa significhi essere umani, nel bene e nel male

op
Ho faticato ad ingranare con questo libro: inizialmente, non mi piaceva. Trovavo la narrazione un po’ lenta e mi chiedevo dove stessero i draghi: mi immaginavo, prendendo in mano questo volume, di trovarmi davanti a qualcosa di classicamente fantasy. Non è così.
Come ho già scritto, non è un libro che tratta di battaglie o imprese eroiche, quanto di qualcosa di profondamente umano: la paura verso il futuro, l’avvenire, l’incertezza della vita, l’incapacità di affrontare problemi che ci sembrano più grossi di noi, il bisogno di scappare, i demoni che ci inseguono e che ci tormentano giorno e notte, la paura di essere ciò che si è. Questi sono gli elementi che mi hanno fatto amare questo libro e che quando l’ho finito e l’ho chiuso, mi hanno trovata con un’opinione completamente diversa.
Adesso, dopo aver visto il viaggio iniziale di Ged, sono davvero curiosa di sapere che altro gli capiterà: il secondo volume è qui con me proprio ora, fresco di prestito della biblioteca 😀

Quando gli Hunger Games non sortiscono effetto alcuno

C’è sempre quel momento in cui il mondo impazzisce per un libro, chi conosce te ed i tuoi gusti ti conferma che è una bella lettura, eppure a te la storia non lascia niente di particolare. Ti ritrovi allora a guardarti intorno – conscio ora dell’oggetto di cotanto putiferio – e ti ritrovi a chiederti: ma perché?
A me è successo con Hunger Games di Suzanne Collins, terminato ieri senza tanti clamori o cerimonie.

index

C’era una volta un mondo distopico.
La ricetta più o meno in mente l’abbiamo tutti: prendi un continente a caso che è sopravvissuto ad un disastro (in questo caso non mi pareva proprio post-apocalittico) e che ha sviluppato un regime totalitario. Fin qui nulla di male, una traccia così semplice si può sviluppare in molti modi e la storia può comunque essere interessante.
Oserei dire, in realtà, che Suzanne Collins da questo punto di vista ci ha azzeccato: unire la guerra con il reality, il nostro voyerismo televisivo che si mescola alla crudeltà. Un mix promettente e che parte anche piuttosto bene.

In cui viveva una ragazza piuttosto furba.
Katniss è un bel personaggio o almeno ha tutti i numeri per esserlo: non è la solita eroina bella, ma stupida, quella che non ha nient’altro da fare che struggersi per il quaterback più figo. Lei deve mantenere una famiglia, ha un carattere piuttosto chiuso e riservato, fatica a mostrare le sue emozioni, ha problemi con la madre, soffre ancora per la perdita del padre. È un personaggio complesso. Forse ha un po’ quell’aria da figa ignara, ovvero la bella ragazza che non si accorge di essere carina, ma dato che è una sedicenne non è che mi vada tanto di prendermela per questo. A quell’età nessuno si reputa bellissimo, soprattutto se passi il tempo a lasciarti bruciare il viso dal sole mentre cerchi radici e sventri conigli.

Cui la fortuna la manda sempre buona.
Devo dire che questa è la parte più ostica e spinosa ed anche quella più fastidiosa.
Quando si ambienta un romanzo in un futuro distopico ci si aspetta che il personaggio vada incontro ad un certo tipo di scelte. Katniss si ritrova negli spietati Hunger Games, dove devi vincere o morire, con la prospettiva di dover uccidere una ventina di ragazzi sconosciuti ed uno che è pure stato gentile con lei in passato. Il problema che queste future azioni scatenano nella coscienza di questa povera ragazza è affrontato in maniera troppo lieve: in parte è anche il suo carattere – non ci pensa, così come scappa quando c’è un malato da curare – ma in parte il problema è che lei riesce sempre e comunque ad evitare il fatto. Salvo quella freccia scoccata per ira verso il ragazzo del Distretto 1 e quella verso Cato, che si tramuta più in una sortia di pietà visto che oramai è stato ridotto colabrodo dagli ibridi, le uniche cose che fa sono far precipitare un nido di api e nascondersi.
Per carità, colpire di ingegno ed astuzia è talvolta più meritevole che brandire uno spadone alla Conan e lanciarsi sul nemico, la tattica non è roba per i tipi stupidi. Però è anche vero che il caso e la fortuna la salvano sempre da qualsiasi tipo di scelta veramente difficile o dolorsa: non deve uccidere Peeta, non deve uccidere Rue, Thrash non la ammazza, gli altri tributi si fanno fuori da soli. Per non parlare del momento in cui appolaiata sull’albero e con l’abilità di un cecchino (tiri le frecce nelle orecchie degli scoiattoli, diamine!) non pensa minimamente, nemmeno per un istante, che sarebbe per lei vantaggioso tirare due o tre frecce tanto per dimezzare i ranghi dei favoriti che sono troppo grossi e troppo stupidi per riuscire a prenderla. Credo che sia state questo il momento in cui soffrivo maggiormente dentro di me, in cui avrei voluto dirle ripigliati cocca!

Insomma: non c’è evoluzione del personaggio, in questo senso, se non in quel lieve portarsi le bacche alla bocca e fingere un doppio suicidio. Sì, forse in questo gesto potremmo leggere tutta l’esasperazione che una situazione di estrema povertà, ingiustiza e controllo totalitario portano ma è anche vero che in un libro di trecento pagine abbondanti ci si potrebbe aspettare anche un minimo di descrizione. Descrizione che si riversa su cose completamente inutili, come la prima parte del libro in cui ogni due per tre c’è una stacco di flashback immensamente lungo o la descrizione di gesti particolarmente inutili. Mi spiace che tu non abbia mai mangiato cibo così gustoso e nutriente, ma dopo la terza volta ripetermelo è inutile.

Non voglio certo dire che di lati positivi non ve ne siano: è comunque una lettura carina e volendo nemmeno (troppo) leggera, soprattutto in certe descrizioni stomachevoli – rare, ma comunque fastidiose quando compaiono, soprattutto se siete sensibili alla crudeltà come la sottoscritta – ed ha i suoi temi interessanti. Ma, come spesso capita, il polverone sollevato dal film (che purtroppo non ho visto, ma che è stato sì un bel successo) ha incrementato l’interesse verso i libri e da lì il boom o almeno è da quando il film è uscito che io ne sento parlare così assiduamente.
Se anche questa mania fosse scoppiata prima, possiamo solo ringraziare che questa volta l’oggetto di tale lettura “mainstream” non sia un nuovo Twilight o 50 sfumature, ma un prodotto che porta con dignità il nome di libro.

Coraline – Neil Gaiman

CoralineCoraline di Neil Gaiman, illustrato da Dave Mickean
edito da Mondadori nella collana Oscar bestsellers
Prezzo: 10.00 €
Pagine: 190
Voto: 5/5

C’è chi afferma che i gatti abbiano la spietata tendenza a giocare con la propria preda; però in fin dei conti, ci sono gatti che ogni tanto permettono al loro occasionale e simpatico spuntino di scappare. Tu con quale frequenza ti lasci sfuggire la cena?

Coraline è una bambina sveglia e vivace, che ama giocare all’aria aperta fingendosi una grande esploratrice che vaga ogni volta negli angoli più selvaggi del pianeta. Quando gioca ed inventa le sue storie, Coraline non ha paura perché sa benissimo che ciò che sta immaginando – tutti i pericoli che può incontrare – sono tutte finzioni.
Ma quando, con i suoi genitori, si trasferisce nella grande e vecchia casa, divisa in appartamenti che ospitano personaggi alquanto bizzarri, si ritrova ad esplorare davvero un mondo nuovo: quello dietro la porta murata che si trova nel soggiorno coi mobili antichi. Un mondo in cui Coraline trova l’Altra Madre, quella con gli occhi bottone, che le promette tutte le cose belle che una bambina potrebbe volere.

Il libro è stato pubblicato nel 2002[…]oggi, dopo dieci anni, incontro donne che – da quanto mi dicono – hanno trovato in Coraline la forza per superare i momenti difficili della vita. Quando avevano paura, avevano pesnato a Coraline ed erano riuscite a fare comunque la cosa giusta. E per questo motivo, più di qualsiasi altro, è vala la pena di scriverlo.
– Neil Gaiman

Coraline rifiuta, nonostante le vengano promesse tutte le attenzioni che non riesce ad ottenere dai genitori veri – lei in fondo è una bambino molto vivace e spesso questo negli adulti causa un po’ troppo fastidio, chissà mai il perché – e decide di tornare nel mondo vero. La donna con gli occhi bottone però non è affatto contenta della sua scelta ed ecco che Coraline si ritrova a dover superare le sue paure più grandi per poter recuperare i genitori e salvare le anime di tre sfortunati bambini, prima che questo strano mondo si accartocci completamente su sé stesso.
La storia di Coraline è una storia di coraggio: del coraggio che abbiamo quando ci sembra di essere nel peggiore dei momenti, il coraggio di fare la cosa giusta, il coraggio che si mostra quando si è pieni di paura ma agiamo comunque.
È la storia di chi non si fa ingoiare dalle proprie paure e nonostante tutto riesce a trovare dentro un motivo per andare avanti e la forza necessaria per non mollare.

Per reagire, Coraline ebbe il tempo di un battito di cuore. E le vennero in mente solo due cose. Poteva gridare, provare a scappae e farsi inseguire da quella specie di larva per tutta la cantina male illuminata. Farsi inseguire fino a farsi acciuffare. Oppure poteva fare un’altra cosa.
E la fece.
Quando la cosa stava per raggiungerla, Coraline tese la mano e la chiuse intorno all’unico bottone rimasto sulla faccia bianca, poi tirò con tutta la forza che aveva in corpo. Per un istante non accadde nulla. Poi il bottone si staccò e le volò via dalla mano, andando a sbattere contro il muro prima di cadere sul pavimento.

Coraline è tutto questo ed anche di più.
Dunque che siate genitori in cerchi di una lettura per i vostri figli o per voi stessi, regalatevi un momento per rabbrividire, per scendere nel buio delle vostre paure nascoste ed emergerne insieme a Coraline con un coraggio ritrovato, che magari non ricordavate nemmeno di avere.

Ve lo consiglio se:
. Avete bisogno di ritrovare un po’ di coraggio
. Vi piacciono le storie semplici, ma dal grande significato
. Non avete paura di prendere in mano un libro considerato per bambini
. Vi piacciono le storie che fanno venire i brividi

Opinioni personali:
Ho cercato questo libro per un po’, visto che il film mi era piaciuto moltissimo. Nonappena sono riuscita a metterci le mani sopra l’ho letto subito tutto d’un fiato e quello che mi ha donato è davvero meraviglioso: insieme a Coraline mi sono resa conto che avere paura è normale, talvolta è necessario, ma che la paura non deve fermarti. Che quando sei in un momento di debolezza è normale circondarsi con immagini di altre madri minacciose, ma al contempo confortanti perché ti promettono quello che più vuoi in questo momento, anche se sai che è semplicemente una bugia. Ed è nel momento in cui decidi di andartene che queste fantasie diventano completamente minacciose, si mostrano per quel che sono, e cercando di ingoiarti ed è esattamente quello il momento in cui rendersi conto che non sono reali.
Ci sono questa ed un altro migliaio di cose che ho imparato da Coraline e dal suo mondo, ma forse è troppo presto per tirare fuori tutto. Mi ha colpito tanto proprio perché sono in un momento in cui ho davvero bisogno di ritrovare un po’ di coraggio e sicuramente la prossima volta in cui i fantasmi sembreranno uscire dal buio, afferrerò questo libretto e leggerò di come una bambina giovane e sveglia di nome Coraline abbia scoperto il suo coraggio.

Brokeback Mountain – Anne Proulx

Lassù sulle montagne.

Brokeback Mountain è un racconto breve (una quindicina di pagine circa) di Anne Proulx, scrittrice statunitense che vede il suo nome su una decina tra romanzi e raccolte di racconti.
Vista la non-lunghezza della storia in questione mi è bastata un’oretta piena per finirmi questo racconto – in lingua originale, tra l’altro – che però mi è sembrata l’eternità.

Non sono stata davvero capace di apprezzare questa storia e non è tanto il fatto che sia lievemente noiosa, non è il dialetto “ignorante” di due americani degli anni sessanta, non è nemmeno il tema che in sé per sé è pure interessante: due persone che non possono stare insieme, perché omosessuali, nonostante il loro amore e nonostante uno dei due sia pronto a prendere in mano le redini della situazione e fare la vita che gli pare, mentre l’altro ha troppa paura, troppa voglia di tirarsi indietro per essere qualcuno di veramente innamorato come-si-deve (ma questo è puramente un mio parere personale). No, non è stato questo.
Probabilmente – e per quanto possa sembrare stupido – il motivo che mi ha rovinato l’esperienza è la mancanza di un vero motivo alla loro storia. Ci sono questi due uomini che vanno a lavorare sulle montagne a curare delle greggi di un tipo e fuori dal nulla succede che finiscono a letto. Ora, se si vuol parlare di una storia d’amore ci sarà anche un misero motivo per cui una persona che fino a quel momento si è ritenuta eterosessuale va a letto con un uomo o no? Un minio cenno, un minimo segno, un turbameno interiore (o una gioia) qualsiasi cosa.
Per me, che adoro scavare nella psicologia del personaggio e cercare di comprendere come si muovono ed agiscono, la mancanza di questa parte rovina la storia e non di poco.

Sarà che io la sto prendendo dal punto sbagliato: in Brokeback Mountain non è certo l’amore il protagonista della storia e non credo che l’autrice fosse interessata a mostrare questo lato di una relazione omosessuale, quanto piuttosto i problemi che sorgono nel momento in cui devi combattere contro un mondo intero, un mondo in cui può anche darsi che ti facciano fuori per il solo fatto che stai con un uomo.

Cronache marziane – Ray Bradbury

cronache-marzianeCronache marziane (Martian Chronicles) di Ray Bradbury
Edito in Italia da Mondadori nella collana classici moderni
Prezzo: 9 €
Pagine: 322
Voto: 4/5

Conquistare un pianeta, ma per cosa?

È il gennaio del 1999 quando il razzo parte. Destinazione: Marte, il pianeta rosso ancora inesplorato dall’essere umano.
Cronache marziane, considerato uno dei principali capolavori di Bradbury insieme a Farenhei 451, non è il solito racconto di come l’uomo è arrivato su Marte. Questo lavoro è una cronaca e, si sa, le cronache parlano di tante persone, di tanti posti, di tanti avvenimenti ed è esattamente così che ci vengono presentate le vicende: pezzo per pezzo l’autore costruisce un futuro (il libro è stato pubblicato nel 1950) in cui la guerra fredda pian piano diventa una minaccia sempre più reale, dove la tecnologia avanza imperterrita tra uomini che sono incapaci di controllarla. È in questa situazione politica altamente instabile che il primo gruppo di esplorazione parte, per non fare più ritorno.
Su marte la sorpresa non è certo minore: chi sono questi gruppi di persone che ogni tanto si presentano? Come possono essere davvero dei terrestri e non dei semplici marziani malati di mente che creano queste bugie e le presentano agli altri?

Come tanti altri libri di fantascienza dell’epoca, l’accento è sull’esplorazione del limite umano, dell’umanità dell’uomo, una riflessione sulla vita e sulla civiltà umana nel suo insieme ed anche una riflessione delle paure di un’epoca come la guerra fredda, oltre che una finestra di speranza mista a dubbio e talvolta terrore verso quel che era l’idea di viaggio nello spazio. A contatto con altri mondi l’uomo riesce a misurare la sua stessa umanità, a guardare le cose da un’altra prospettiva. Ma cosa accade quando, su Marte, ci si rende conto che la Terra non è che uno dei puntini nel cielo come lo era prima il pianeta rosso?

C’era come un odore di Tempo, Nell’aria della notte. Tomàs sorrise all’idea, continuando a rimuginarla. Era una strana idea. E che odore aveva il Tempo, poi? Odorava di polvere, di orologi e di gente. E che suono aveva il Tempo? Faceva un rumore di acque correnti nei recessi bui d’una grotta, di voci querule, di terra che risuonava con un tonfo cavo sui coperchi delle casse, e battere di pioggia. E, per arrivare alle estreme conseguenze: che aspetto aveva il Tempo? Era come neve che cade senza rumore in una camera buia, o come un film muto in un’antica sala cinematografica, cento miliardi di facce cadenti come palloncini di capodanno, giù, sempre più giù, nel nulla. Così il tempo odorava, questo era il rumore che faceva, era così che appariva. E quella notte – Tomàs immerse una mano nel vento fuori della vettura – quella notte tu quasi lo potevi toccare, il Tempo.

La grande tecnologia, con così tanta potenzialità, e l’incapacità dell’uomo di utilizzarla sono messe a confronto con la vita del pacifico popolo marziano, che vive in maniera tranquilla, ma soprattutto armoniosa con il mondo che li circonda. Fino all’arrivo dei terrestri, ovviamente. Il tema si concentra quindi non sulla diversità tra i due mondi, ma piuttosto sulla diversità con cui il popolo umano si approccia al mondo ed all’uso della tecnologia, l’interazione con l’altro, rispetto al popolo marziano.

Lo stile è sorprendentemente diretto e semplice, ma effettivo proprio questo suo ripresentare pensieri e dialoghi come si svolgerebbero tra persone di diversi classi sociali ed idee. Le cose sono in continuo movimento, niente è stabile ed è in questo che la narrazione in terza persona da diversi punti di vista riesce di più: presentare come le cose cambiano costantemente, in direzioni che non ci aspettiamo, scoperchiando le bugie che talvolta ci costruiamo e mostrando il coraggio di chi, combattendo contro un sistema ormai obsoleto e senza possibilità di sbocchi, va contro le autorità e la censura. Alla fine sarà la Terra – moderna casa degli Usher – a crollare, mentre spunta una nuova alba su Marte.
Tutto sta nel vedere se questa volta gli umani sono pronti a cambiare.

Ve lo consiglio se:
. Siete amanti di classici di fantascienza
. Vi piacciono le distopie/ucronie
. Vi interrogate sull’indirizzo della civiltà
. Volete scoprire un pianeta Marte un po’ diverso dal solito
. Non avete molto tempo per leggere. Il libro è diviso in diversi capitoli, ognuno a sé stante, e può quindi essere preso in mano anche con lentezza, visto che ogni capitolo è autoconclusivo – anche se inserito nel più ampio contesto della storia.

Riflessioni personali
Non sono un’amante di libri di fantascienza, anche se sto pian piano cominciando a scavarmi una piccola trincea anche in questo grande universo, ma ho apprezzato parecchio questo libro. Quello che di solito non amo è la presenza di grandi astronavi, “robottoni” e via dicendo ed è proprio la mancanza di questi elementi che mi ha insegnato che non tutta la fantascienza si basa sull’avanzamento tecnologico e basta, ma spesso questo è un elemento presente per parlare di qualcos’altro.
C’è anche tanta dimensione psicologica e la presenza dell’interno interrogativo: sono centinaia di anni che sbagliamo o forse qualcosa di giusto l’abbiamo fatta anche noi?
Qualcosa che rimane in sospeso attraverso ogni pagina del libro e che non può risolversi con la sua fine, perché una mente pensante si interrogherà sempre sui propri errori, eppure si sottolinea come l’umanità non l’abbia mai fatto abbastanza. Non ci siamo mai fatti un esame di coscienza abbastanza approfondito, altrimenti saremmo stati come i marziani.

Non lasciarmi – Kazuo Ishiguro

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Non lasciarmi (Never Let me Go) di Kazuo Ishiguro
Edito da Einaudi, traduzione a cura di P.Novarese
Edizione originale inglese di Faber&Faber
Prezzo: 9 € c.ca
Pagine: 291
Voto: 5/5

Chissà come avrebbe potuto essere. Credo si possa riassumere l’intero libro in queste cinque parole, eppure non credo ci sia davvero il modo di descrivere in maniera completa questo romanzo: commovente, appassionante, tenero, capace di scatenare le reazioni più diverse passando dalla iniziale curiosità, passando per il sospetto, lo stupore ed arrivando, alla fine, all’incredulità, alla tristezza ed a quel senso di nausea che ti prende la bocca dello stomaco.

Incipit

Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni. Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me. Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici anni, malgrado fosse un’assoluta nullità. Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto. I loro tempi di recupero sono stati alquanto straordinari, e quasi nessuno è stato catalogato come <<soggetto problematico>>, almeno prima della quarta donazione. Sì, è vero, forse adesso mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, specialmente quando si tratta di mantenere <<calmi>> i miei donatori. Ho sviluppato nel tempo una sorta di istinto nei loro confronti. So quando è il momento di essere presente e confortarli, quando lasciarli soli con se stessi; so quando ascoltarli, qualunque cosa abbiano da dire, e quando, con un’alzata di spalle, dirgli che è arrivata l’ora di darci un taglio.

Ambientato verso la fine degli anni ’90, Non lasciarmi è un racconto in flashback della vita di Kathy, che sta oramai per raggiungere il suo scopo. La persona cui parla sei tu, siamo noi che leggiamo, o forse sono solamente la serie di pensieri che si rincorrono nella sua mente, pensieri di chi sta cercando di rimettere in ordine la propria vita.
Kathy guarda al passato. Attraverso il suo racconto conosciamo lei, Tommy e Ruth e la loro vita: da bambini, nella grande scuola di Hailsham, e poi da giovani nei cottage, sempre uniti anche se ogni volta in maniera diversa, dai loro sentimenti ma soprattutto dal ricordo e dall’idea di quel che erano stati. Una vita vissuta sul ricordo di un trio di compagni di giochi.

Never Let Me Go non è un romanzo che vuole parlare di futuri distorti, pur nel suo essere lievemente distopico. Si concentra piuttosto su cosa significa avere un limite di tempo, cosa significa sapere di avere davanti a sé un tempo prestabilito per vivere, sul decidere come viverlo, e sull’accettare le cose inevitabili che nella vita ci capitano. Ma parla anche di rifiuto, di insicurezza, di incapacità di accettare e della rabbia che le persone provano quando non sono in grado di rapportarsi all’inevitabilità degli eventi. Sull’incapacità di lasciar andare i legami che ci consumano, sulla necessità di costruire quello che ci meritiamo proprio adesso e non aspettare.
Racconto di un’amore, di un’amicizia, Non lasciarmi è questo ed anche molto altro, ogni singola parola vi terrà incollati alle pagine contando i minuti che passano, con la speranza di poter tirare un sospiro di sollievo, presto o tardi.

 In passato ho sempre cercato di descrivere le debolezze dell’uomo. I protagonisti di Non lasciarmi sono dei personaggi molto positivi, vivono una condizione aberrante, eppure dimostrano che l’amore e l’amicizia sono più forti di tutto
~ Kazuo Ishiguro

Considerato uno dei libri migliori del 2005, lshiguro con il suo stile è capace di far vedere al lettore i pomeriggi nel parco della scuola, di far sì che ci si appassioni ai suoi personaggi, provando a volte un sentimento di tenerezza ed altre volte la pesante necessità di colpirli con lo stesso volume che si ha in mano (vedi me, con Ruth). Riesce ad essere estremamente scorrevole e talvolta persino leggero, pur nel suo presentare fatti terribili e sentimenti potenti.

Ve lo consiglio se:
. Vi piacciono le storie d’amore complesse
. Vi piace l’aspetto psicologico dei personaggi
. Volete provare emozioni forti, non sempre del tutto piacevoli
. Vi piace l’aspetto psicologico
. Volete indagare l’animo umano
. Avete visto il film, ma ci sono buchi e cose che non vi tornano

Considerazioni personali – lievi spoiler
Inizialmente questo libro non mi ha preso particolarmente, sarà forse proprio l’inizio in cui non sembra esserci niente di straordinario in questa Kathy H., lavoratrice di qualche tipo. Passate le prime cinquanta pagine è comparsa la prima domanda: dove sono i genitori di questi ragazzi che vivono in un collegio?
Questi indizi, tutte le piccole stranezze, che aiutano a comprendere pian piano chi sono veramente i protagonisti e la loro storia terribile mi hanno però tenuta salda alla lettura (complice anche il fatto che avevo una settimana per finirlo) ed è la prima parte quella che sono riuscita ad apprezzare di più. Questo dipinto di un’idilliaca realtà che però nasconde qualcosa di terribile, un effetto vedo-non vedo che ti fa salire la voglia di scoprire cosa diamine si nasconde dietro la patina di rispettabilità di questo istituto. Effettivamente passata la prima metà del libro, dal momento in cui cercano la possible di Ruth, il ritmo comincia a calare e la storia si ricongiunge man mano al presente, ad eventi recenti e quindi più che ad una narrazione descrittiva si vedono crescere le riflessioni anche attorno al tema del tempo, della morte, dei sentimenti.
Ma devo ammettere che io questa rassegnazione non l’ho proprio capita: questa Kathy che nella mia mente avrebbe dovuto alzarsi e dire “Ruth, no!”
L’ho odiata Ruth, forse proprio perché ha il carattere più simile al mio: non riesce ad arrendersi a questa condizione terribile, ed anche se sa di non poterci far niente e non fa materialmente nulla, il suo comportamento non è che un aperto disgusto verso il sistema delle cose. Tutta la sua personalità ruota attorno al fatto che non riesce ad accettare la cosa, ma la risolve cercando di combattere contro gli altri e tutt’al più sublimando il tutto cercando una sua possibile origine che in realtà non trova e non può trovare.

Sono sicura che darò una rilettura a questo libro, che ho finito ormai un annetto fa, ma sono soprattutto curiosa di leggere altri romanzi dell’autore il cui stile mi ha davvero colpito.