Quando gli Hunger Games non sortiscono effetto alcuno

C’è sempre quel momento in cui il mondo impazzisce per un libro, chi conosce te ed i tuoi gusti ti conferma che è una bella lettura, eppure a te la storia non lascia niente di particolare. Ti ritrovi allora a guardarti intorno – conscio ora dell’oggetto di cotanto putiferio – e ti ritrovi a chiederti: ma perché?
A me è successo con Hunger Games di Suzanne Collins, terminato ieri senza tanti clamori o cerimonie.

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C’era una volta un mondo distopico.
La ricetta più o meno in mente l’abbiamo tutti: prendi un continente a caso che è sopravvissuto ad un disastro (in questo caso non mi pareva proprio post-apocalittico) e che ha sviluppato un regime totalitario. Fin qui nulla di male, una traccia così semplice si può sviluppare in molti modi e la storia può comunque essere interessante.
Oserei dire, in realtà, che Suzanne Collins da questo punto di vista ci ha azzeccato: unire la guerra con il reality, il nostro voyerismo televisivo che si mescola alla crudeltà. Un mix promettente e che parte anche piuttosto bene.

In cui viveva una ragazza piuttosto furba.
Katniss è un bel personaggio o almeno ha tutti i numeri per esserlo: non è la solita eroina bella, ma stupida, quella che non ha nient’altro da fare che struggersi per il quaterback più figo. Lei deve mantenere una famiglia, ha un carattere piuttosto chiuso e riservato, fatica a mostrare le sue emozioni, ha problemi con la madre, soffre ancora per la perdita del padre. È un personaggio complesso. Forse ha un po’ quell’aria da figa ignara, ovvero la bella ragazza che non si accorge di essere carina, ma dato che è una sedicenne non è che mi vada tanto di prendermela per questo. A quell’età nessuno si reputa bellissimo, soprattutto se passi il tempo a lasciarti bruciare il viso dal sole mentre cerchi radici e sventri conigli.

Cui la fortuna la manda sempre buona.
Devo dire che questa è la parte più ostica e spinosa ed anche quella più fastidiosa.
Quando si ambienta un romanzo in un futuro distopico ci si aspetta che il personaggio vada incontro ad un certo tipo di scelte. Katniss si ritrova negli spietati Hunger Games, dove devi vincere o morire, con la prospettiva di dover uccidere una ventina di ragazzi sconosciuti ed uno che è pure stato gentile con lei in passato. Il problema che queste future azioni scatenano nella coscienza di questa povera ragazza è affrontato in maniera troppo lieve: in parte è anche il suo carattere – non ci pensa, così come scappa quando c’è un malato da curare – ma in parte il problema è che lei riesce sempre e comunque ad evitare il fatto. Salvo quella freccia scoccata per ira verso il ragazzo del Distretto 1 e quella verso Cato, che si tramuta più in una sortia di pietà visto che oramai è stato ridotto colabrodo dagli ibridi, le uniche cose che fa sono far precipitare un nido di api e nascondersi.
Per carità, colpire di ingegno ed astuzia è talvolta più meritevole che brandire uno spadone alla Conan e lanciarsi sul nemico, la tattica non è roba per i tipi stupidi. Però è anche vero che il caso e la fortuna la salvano sempre da qualsiasi tipo di scelta veramente difficile o dolorsa: non deve uccidere Peeta, non deve uccidere Rue, Thrash non la ammazza, gli altri tributi si fanno fuori da soli. Per non parlare del momento in cui appolaiata sull’albero e con l’abilità di un cecchino (tiri le frecce nelle orecchie degli scoiattoli, diamine!) non pensa minimamente, nemmeno per un istante, che sarebbe per lei vantaggioso tirare due o tre frecce tanto per dimezzare i ranghi dei favoriti che sono troppo grossi e troppo stupidi per riuscire a prenderla. Credo che sia state questo il momento in cui soffrivo maggiormente dentro di me, in cui avrei voluto dirle ripigliati cocca!

Insomma: non c’è evoluzione del personaggio, in questo senso, se non in quel lieve portarsi le bacche alla bocca e fingere un doppio suicidio. Sì, forse in questo gesto potremmo leggere tutta l’esasperazione che una situazione di estrema povertà, ingiustiza e controllo totalitario portano ma è anche vero che in un libro di trecento pagine abbondanti ci si potrebbe aspettare anche un minimo di descrizione. Descrizione che si riversa su cose completamente inutili, come la prima parte del libro in cui ogni due per tre c’è una stacco di flashback immensamente lungo o la descrizione di gesti particolarmente inutili. Mi spiace che tu non abbia mai mangiato cibo così gustoso e nutriente, ma dopo la terza volta ripetermelo è inutile.

Non voglio certo dire che di lati positivi non ve ne siano: è comunque una lettura carina e volendo nemmeno (troppo) leggera, soprattutto in certe descrizioni stomachevoli – rare, ma comunque fastidiose quando compaiono, soprattutto se siete sensibili alla crudeltà come la sottoscritta – ed ha i suoi temi interessanti. Ma, come spesso capita, il polverone sollevato dal film (che purtroppo non ho visto, ma che è stato sì un bel successo) ha incrementato l’interesse verso i libri e da lì il boom o almeno è da quando il film è uscito che io ne sento parlare così assiduamente.
Se anche questa mania fosse scoppiata prima, possiamo solo ringraziare che questa volta l’oggetto di tale lettura “mainstream” non sia un nuovo Twilight o 50 sfumature, ma un prodotto che porta con dignità il nome di libro.

Riflessioni su Coraline: l’Altra Madre

– Fuggi, finché hai aria nei polmoni e sangue nelle vene e possiedi ancora la tua mente e la tua anima –
– Io non scappo – disse Coraline – I miei genitori ce li ha lei. E io sono venuta a riprendermeli –
– Ah, ma lei ti terrà qui finché i giorni non diventeranno polvere, le foglie cadranno e gli anni passeranno uno dopo l’altro come il tic-tac tic-tac di un orologio –
– No – disse Coraline – Non lo farà.

~ Coraline – Neil Gaiman

Tutti hanno un’altra madre, al di là della porta nascosta nel salotto – quello in cui i genitori tengono i mobili antichi ed i quadri che raffigurano fruttiere. Sto letteralmente divorando questo libro e la prima cosa che ho pensato è quanto questa altra madre possa essere vista come raffigurazione di paure, angosce, ansie e tormenti contro cui spesso ci ritroviamo a combattere ogni giorno.

Si è nutrita di noi finché non c’è rimasto niente, solo pelli di serpente e carcasse di ragno, dicono i bambini a Coraline.
Come gli stati d’animo di cui l’ho fatta rappresentazione, questa figura di nutrice deviata cresce negli angoli bui e nascosti dell’animo e salta fuori nel momento in cui siamo più deboli. Proprio come Coraline, scoraggiata nel venire costantemente ignorata, anche se più che altro ciò che viene ignorato sono i suoi bisogni di bambina perché i suoi genitori cercano di trattarla piuttosto come un’adulta.
Quando cominciamo a nutrire questi sentimenti negativi, ecco che l’altra madre cerca di adescarci fornendoci materiale per nutrire le nostre stesse paure, peggiorando la nostra condizione e nutrendosi poi di tutto ciò che genera.
Ecco le pelli di serpente, ciò che rimane di una muta che non sempre rende migliore la persona, a testimoniare un cambiamento, e la carcassa di ragno tessitore di tele che in questo caso non si costruisce la propria casa, la tela che lo nutre, ma una vera e propria prigione. Ed il ragno è un animale che ritorna spesso legato a quest contorta figura femminile.

Ma fortunatamente Coraline è una bambina coraggiosa: non perché non prova paura, ma perché (come il suo vero padre le ha insegnato) il vero coraggio nasce quando pur impauriti compiamo comunque un’azione, facciamo la cosa giusta. Non scappa, quindi, ma getta una sfida a queste forze: le guarda da fuori, le accetta e poi le sfida.
Coraline è una bambina coraggiosa.

alibroapertodue