Un Fantastico Venerdì – Questioni di genere (letterario): lo sci-fi

Il genere fantascientifico – o science fiction – è un genere narrativo sviluppatosi tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Il nome, che deriva dal termine scientifiction già ci dice tutto: la narrativa fantascientifica contiene al suo interno un l’elemento scientifico. “Le storie di fantascienza sono quelle in cui un qualche aspetto di scienza futura o di alta tecnologia è così integrale alla storia che, se togli la scienza o la tecnologia, la storia collassa.” scrive Ben Bova, mettendo quindi bene in luce la caratteristica principale di questo genere narrativo

Come già detto, il genere nasce all’inizio del secolo scorso, mentre il termine scientifiction viene coniato nel 1926 in America, ad opera di Hugo Gernsback. Eppure questa narrativa ha dei padri illustri tra i nomi della letteratura. Innanzitutto esso poggia le sue basi sul romanzo scientifico, il cui esponente più noto al grande pubblico è sicuramente Jules Verne: mescolando la narrativa di viaggi e di scoperte – molto in voga tra sette ed ottocento – con elementi scientifici quali macchinari per volare (ne Il Giro del Mondo in 80 Giorni) per viaggiare nello spazio (in Dalla Terra alla Luna) e viaggi impossibili con conseguenti scoperte (Viaggio al Centro della Terra).
Sempre considerata narrativa scientifica è quella di H.G. Wells, autore, tra le tante opere, de La Guerra dei Mondi e de La Macchina del Tempo. Entrambi i romanzi hanno aperto la strada a due filoni fantascientifici: quello dell’incontro/scontro dell’essere umano con razze e culture aliene ed in particolare la prospettiva di un’invasione aliena sulla Terra, e quello dell’esplorazione del tempo mediante un mezzo di tipo meccanico – una macchina, appunto.
Ultima, ma non ultima, è doveroso citare Mary Shelley con il suo Frankenstein e L’Ultimo Uomo (The Last Man). Essi sono considerati da alcuni come il primo, vero nucleo di quella che un secolo dopo sarebbe diventata la narrativa di fantascienza e seppur con qualche sfumatura romantica – ma d’altronde è della moglie di Percy Shelley che stiamo parlando – e la presenza di un protagonista un po’ byroniano, troviamo in effetti il seme di alcuni temi che verranno affrontati poi nella successivo science fiction: l’uso dei macchinari per creare una nuova vita, la volontà di governare sulla natura ed il conseguente disastro, e passando a L’Ultimo Uomo, l’ambientazione apocalittica.

Con il passare del tempo il genere si è poi evoluto, diventando pian piano quello che conosciamo noi oggi, ed ha avuto una prima età dell’oro tra gli anni ’40 e ’50, quando autori come Ray Bradbury ed Isaav Asimov scrissero le loro opere (Cronache Marziane, Farenheit 451 e Il Ciclo della Fondazione per citarne solamente alcune) che hanno ispirato moltissimi autori successivi. D’altronde episodi come le due guerre mondiali e le scoperte scientifiche che gettavano nuova luce ed anche nuovi timori sul mondo, nonché la curiosità verso presunti canali artificiali presenti sul suolo di Marte (la cui scoperta, che fece scalpore a inizio del XIX sec. fu dovuta al vizio degli strumenti utilizzati) diedero molto da pensare e da scrivere agli autori dell’epoca. Più tardi si assistette anche ad una critica verso la società, quella di massa che negli anni sessant cominciava a prendere dimensioni gigantesche per il pensiero dell’epoca, e la disillusione e la paura derivanti dalla bomba atomica e dalla guerra fredda.

e3cf3f2ea9c722d63197f1d590fea4deQuali sono, dunque, i temi della fantascienza? Una prima e piccola distinzione possiamo farla tra quella che viene definita hard science fiction e soft science fiction: nella prima ricadono tutti quei libri che si concentrano principalmente sulle scienze e sullo sviluppo tecnologico, caratterizzandosi per la loro accuratezza scientifica. Tipiche soprattutto degli anni ’40, il termine venne coniato per differenziarle da quella che è considerata soft science fiction, una narrativa cui preme di meno la rigorosità scientifica e che indaga soprattutto su aspetti più umani, come la psicologia, la sociologia o la filosofia. In opere come Noi Marziani di Ray Bradbury l’ambientazione, la fantascienza, sono il veicolo attraverso il quale si indaga sull’umanità dei personaggi e l’importanza di appartenere davvero a questa vita, a questo pianeta. Particolarmente significativo è infatti il capitolo in cui Jack, il protagonista, si trova nella scuola del figlio per aggiustare uno degli innumerevoli maestri robot, che ai bambini impartiscono lezioni basate su ciò che è la Terra, o almeno ciò che era.
Altri temi affrontati sono l’incontro con altre razze: alieni, robot, cyborg, mostri e mutanti sostituiscono gli elfi, i nani e gli gnomi della narrazione fantastica tradizionale, presentando l’incontro con queste creature che spesso hanno caratteri diversi da quelli umani e sono percepiti come spaventosi, sebbene non sempre essi siano una minaccia per l’essere umano. In questo tipo di incontri si scatena la paura del diverso e quindi anche la percezione di sé stessi, la definizione di cosa sia essere umano.

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Un Fantastico Venerdì – Questioni di genere (letterario): l’high fantasy

Nel corso del tempo, la narrativa fantastica ha sviluppato temi sempre più nuovi e nuove forme espressive per trasmettere il proprio messaggio. All’interno di quello che possiamo definire come fantastico, in quanto genere che non parla delle esperienze della quotidianità, vi sono infatti moltissimi sottogeneri che a loro volta hanno avuto sviluppi specifici.
In linea di massima – e senza considerare contaminazioni letterarie varie ed eventuali– sono tre i sottogeneri più conosciuti e amati:

  • L’high fantasy
  • Lo sci-fi
  • Il gotico contemporaneo

Questa settimana ci concentreremo sull’high fantasy o fantasy epico, visto come espressione classica della narrativa fantastica e la cui discendenza si va di solito a porre nelle mani di J.R.R. Tolkien, nonostante egli non fu il solo scrittore a sviluppare il genere né il primo a scrivere di mondi fantastici – nonostante l’opinione di molti.
Il fantasy epico, o high fantasy, deve il suo nome al carattere alto ed epico, appunto, dei temi che tratta, direttamente collegati all’ispirazione del genere alle mitologie antiche ed agli antichi poemi epici: non bisogna dimenticare che Tolkien stesso, il cui lavoro ha indubbiato ispirato generazioni successive di scrittori, era profondo conoscitore dell’Edda, della mitologia norrena in generale, nonché studioso di anglosassone – ci rimangono ancora oggi i suoi studi sul Beowulf e sir Galvano e il cavaliere verde che potete trovare nel volume Il medioevo e il Fantastico.
È anche questo il motivo per cui il mondo – che spesso tende ad essere un’ambientazione parallela senza alcun legame con la nostra quotidianità – è spesso popolato di esseri come elfi, fate, gnomi e draghi, con la presenza dell’elemento magico e quindi di maghi, streghe e stregoni, attingendo a piene mani, da questo punto di vista, al folklore europeo ed alle fiabe.

Tra i temi che vengono affrontati vi è lo scontro tra le forze del bene e quelle del male, spesso in un clima di pericolo in cui si cerca di salvare il mondo o parte di esso, o anche solamente la vita del protagonista e/o dei suoi compagni ed alleati. L’obiettivo finale è, quindi, quello di ritornare ad una condizione originaria di normalità, prima dell’accadimento perturbante che ha scatenato il viaggio e che porta i personaggi a muoversi all’interno del mondo – altra caratteristica in comune con i racconti fiabeschi.
Questo scontro tra bene e male, però, non sempre è un conflitto che coinvolge il mondo intero: a volte lo scontro si ha tra due o più gruppi di persone – come accade a Dubhe che è costretta a scappare tutta la vita dalla Gilda degli Assassini ne le Cronache del Mondo Emerso di Licia Troisi, altre volte invece questa lotta tra il bene ed il male si esplica anche in una dimensione psicologica e personale di uno o più personaggi, chiamati a riflettere su sé stessi e sul proprio essere.

Come in ogni altro viaggio, difatti, anche nel fantasy epico non è da sottovalutare l’importanza dell’evoluzione del personaggio principale che è sottoposto ad un processo di crescita, ne sia egli consapevole o meno, proprio a causa degli eventi spesso traumatici cui il viaggio lo mette di fronte.
Ciò è ancor più vero nel momento in cui ci rendiamo conto che il personaggio principale, al contrario del fantasy eroico, di diventare centro della vicenda non lo sospetterebbe nemmeno nei propri sogni più audaci.

50d8872fec22a2ccf47f22bb96d5e12eMolto spesso infatti, ed ultimamente ho visto parecchie critiche a questo elemento, il protagonista principale viene scelto – o si offre, in alcuni casi, anche quando non conosce la strada – per intraprendere la quest in base a sue particolari qualità, non ultimo il fatto che spesso sia ritenuto speciale e diverso dagli altri: Richard che scopre di essere il Cercatore ne La Spada della Verità di Terry Goodkind è solo uno dei tanti esempi di prescelti che popolano questo genere. Certo, ci vuole un minimo di criterio per decidere come e perché rendere un personaggio diverso e speciale nel suo mondo, ma è anche vero che se ci trovassimo di fronte all’ultimo dei servi della gleba la storia non avrebbe il minimo seguito. O forse no…

Spesso la crescita non è limitata solamente al personaggio principale, ma anche ai personaggi secondari ed ai co-protagonisti o almeno tutti coloro che sono coinvolti nel cambiamento che, per forza di cose, il mondo sta subendo. Poiché, nonostante lo sforzo per ritornare ad una condizione di pace originaria, nonostante si cerchi di eliminare l’elemento perturbante e di tornare alla pace, le cose non potranno essere le stesse ed i personaggi sono chiamati ad affrontare questa realtà.
Come può il mondo tornare alla normalità dopo che sono successe tante cose brutte?
Questo è argomento per un altro post, buon week end a tutti!

Un fantastico venerdì – Distopia ed Ucronia

Oggi voglio analizzare due elementi della narrativa fantastica che ritroviamo più che altro nella narrativa fantascientifica, anche se non devono essere relegati solamente a questo genere: l’ucronia e la distopia.

L’ucronia: un mondo ucronico è un mondo parallelo al nostro, che ha vissuto un tipo di sviluppo diverso in uno o più ambiti. In Cronache Marziane di Ray Bradbury, per esempio, la situazione politica instabile tipica del secondo dopoguerra è di molto peggiore rispetto a quella reale e sfocia poi in un disastroso conflitto, mentre in Full Metal Alchemist (serie manga di Hiromou Arakawa, divenuta poi anche una serie animata) invece che vivere un progressivo sviluppo tecnologico, l’umanità ha invece sviluppato la scienza alchemica.
Viene quindi da sé che non tutti i mondi fantastici possono essere delle ucronie: il Westeros di Martin non ha proprio niente a che fare con il nostro mondo, da cui è staccato completamente, i ragazzi Pevensie viaggiano per Narnia durante una seconda guerra mondiale non alterata in nessun modo storico, Alice viaggia in un mondo parallelo da una realtà fedele a quella in cui viveva il suo autore.

La distopia presenta invece una situazione di vita sulla terra per nulla desiderabile, spesso catastrofica sotto tutti i punti di vista (sociale, economico, culturale) e nella quale è spesso presente un tipo di potere autoritario. Questo termine, coniato per essere il contrario dell’utopia e quindi il parallelo di un mondo ideale e perfetto, dove ogni cosa è a favore dello sviluppo dell’uomo, va quindi ad indicare situazioni che se non sono apocalittiche poco ci manca. Nel novecento questo tipo di narrazione ha visto un crescente numero di opere, tanto che il genere distopico può ora ergersi da solo nella moltitudine di generi e sottogeneri letterari e fantastici, ed ha seguito principalmente due filoni narrativi: nel primo si presenta una società governata da un regime totalitario di qualche tipo – politico, religioso, tecnologico – che cerca di controllare la vita umana. Il secondo tipo si concentra invece sulla degradazione post-apocalittica del mondo, dovuta spesso alle azioni sconsiderate degli esseri umani. Vi è poi un filone che si colloca a metà di queste due: viene presentata una situazione al limite, dove la fine della civiltà non è ancora avvenuta, ma è percepita come imminente. Un classico esempio di distopia è 1984 di George Orwell, mentre volendo cercare qualcosa di più recente troviamo gli Hunger Games di Suzan Collins che hanno sicuramente ridato vita al filone, soprattutto nell’ambito della narriva per ragazzi e Young Adults.

1984-Big-Brother

Questi due metodi narrativi non devono per forza coincidere con il genere fantastico, ma li ritroviamo spesso, soprattutto nei racconti di fantascienza, anche se possono benissimo essere parte di altri ambiti letterari. È però vero che, insieme, questi due stratagemmi narrativi permetto di esplorare ciò che avrebbe potuto essere o ciò che sarà, andando a scavare dentro la storia dell’umanità e presentare dubbie, paure ed ansie dell’uomo nei confronti del futuro.
Il racconto distopico, che ci tiene incollati alla pagine pur presentando situazioni sgradevoli e talvolta al limite dell’umano, ci permette di relazionarci con il futuro che vediamo davanti a noi e con le paure che nutriamo verso un’incognita che anche nel mondo reale diviene ogni giorno più incerta e talvolta spaventosa. Attraverso di esso possiamo scendere a patti con le nostre paure, esplorare noi stessi e cercare di aprire una finestra sul futuro.
Chi conosce il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato.
~ George Orwell

Un Fantastico Venerdì – Mappe e Luoghi Fantastici

– Posso chiederti, figlia di Eva, come sei arrivata a Narnia?
– Narnia? E cos’è? – chiese subito Lucy
– Narnia è un paese. Qui siamo a Narnia. Il territorio che si estende dal lampione fino a Cair Paravel, il castello che sorge sulle rive dell’oceano orientale, è Narnia. E tu, figlia di Eva, da dove vieni? Dai boschi selvaggi che si trovano a occidente?
– Io…sono venuta dal guardaroba che sta nella stanza vuota – balbettò Lucy
~ Il leone, la strega e l’armadio – C.S. Lewis

Che sia un epico mondo parallelo, un distopico futuro od una città contemporanea in cui vampiri e licantropi vivono e si muovono, l’ambiente è sicuramente uno degli elementi chiave dalla narrativa fantastica.

La mappa
Disegnare una mappa dello spazio in cui i personaggi si muovono è normale credo forse per qualsiasi autore: non si può descrivere un luogo che non si ha ben stutturato nella propria mente, men che meno se è particolarmente grande e magari molto complesso, con flora e fauna che differiscono da una regione all’altra, con particolari caratteristiche geologiche o climatiche che danno vita a tutta una serie di conseguenze sullo stile di vita delle persone (cosa mangiano, qual è il mestiere principale, con cosa costruiscono le case e via dicendo). E’ quindi un aiuto per l’autore, di modo che riesca a strutturare al meglio il mondo e a dargli una coerenza logica, ma anche per il lettore che può seguire meglio l’eventuale viaggio dei personaggi o semplicemente inserire meglio spazialmente i personaggi in un luogo diverso da quello in cui è abituato a vivere (per il lettore medio un’ambientazione cittadina è più semplice da immaginare di una città nanica, in fondo)
Non bisogna però pensare che sia una costante della narrativa di questo tipo: a volte l’organizzazione logica viene meno o più semplicemente la descrizione dell’ambiente, per qualsiasi motivo, passa in secondo piano e quindi la caratterizzazione non è più percepita come necessaria e fondamentale.


Pensare a mappe di mondi fantastici ci riporta subito a Tolkien ed alla sua Terra di Mezzo, che in realtà è solo un piccolo pezzo del mondo di Arda. Eppure questo tipo di struttura è diventato subito caro, soprattutto nel momento in cui il genere fantasy ha cominciato a spopolare e sono nati decine, centinaia di mondi, ognuno con la propria mappa e la propria struttura. Ma c’è uno scrittore, simile a Tolkien, che non ha dato particolarmente spazio a questo elemento descrittivo: C.S. Lewis, autore de Le Cronache di Narnia.
Nella mia edizione, Mondadori datata 2001 che raccoglie tutti e sette i libri, non sono presenti mappe dunque la mia riflessione è nata in seguito a ciò: probabilmente in qualche altro volume sono state inserite e probabilmente pensate, ma è comunque interessante vedere perché viene ritenuto o meno indispensabile allegarle al volume.
Se ne sente la mancanza? Personalmente, nonostante l’abbia letto anni fa, niente mi ha impedito di ben comprendere la struttura del mondo di Narnia, che è essenzialmente molto più semplice di quella della Middle Earth tolkeniana. Forse il fatto che in parte la narrazioni si svolga e tenga conto del fatto che i ragazzi Pevensie provengono dal nostro mondo – ed hanno quindi anche loro bisogno di essere introdotti nel mondo fantastico – permette di dare una spiegazione molto più semplice, forse è semplicemente il fatto che la storia è fiabesca e non epica, che è un racconto essenzialmente più per bambini di quanto Il Signore degli Anelli sia, e di conseguenza la narrazione è molto più semplice. Se guardate il breve passo che ho citato all’inizio del post, quello è tutto ciò che inizialmente si rivela di Narnia a Lucy: confrontatelo con la descrizione degli hobbit a inizio de La compagnia dell’Anello e noterete subito la differenza.
Dunque il grado di importanza che l’ambientazione riveste è tutta a discrezione dell’autore ed al fine della storia. Sebbene mi sia stato detto (in università) che nel fantastico l’ambientazione rivesta un ruolo fondamentale ed importante, in quanto l’obiettivo del fantastico è rendere un mondo diverso, piuttosto che mostrare una crescita psicologica del personaggio io non sono d’accordo: dipende dal genere cui si lega il racconto. Come abbiamo visto un racconto per bambini non necessità di tutta quella specificità e sicuramente l’evoluzione psicologica in certi testi non manca (basta solo pensare che l’eroe che intraprende il viaggio o quest non è solo alla base della narrativa fantastica, ma anche del bildungsroman – il romanzo di formazione ottocentesco).

Coerenza e logica interna
A quanto pare Tolkien non apprezzava la caoticità del mondo secondario creato da Lewis Carroll: troppo confusionario, torppo caotico, troppo senza regole. In effetti il mondo di Alice non segue le normali leggi della fisica, della biologia e talvolta nemmeno della grammatica. Dunque, perché un tale mondo funziona e si regge su delle solide gambe? Perché è coerente con sé stesso.
Le cose paiono sempre capitare fuori da ogni normale logica razionale, senza che vengano mai date particolari spiegazioni a riguardo, ma una volta immersi in questo panorama e dopo aver compreso il suo funzionamento sarebbe sicuramente più strano veder tutti ben vestiti, educati e composti come ottimi uomini e donne vittoriani all’ora del té che non vedere la lepre marzolina ed il cappellaio matto…beh, comportarsi da lepre marzolina e cappellaio matto!
Non è necessario che il mondo fantastico risponda alle nostre regole, l’importante però è che segua sempre le sue, che siano logiche o meno, che siano a noi comprensibili o che vi siano particolari giustificazioni per fenomeni che nel mondo reale non esistono, e soprattutto che i personaggi agiscano di conseguenza. Insomma volete un sole verde? Tutto è lecito, purché i personaggi e l’ambientazione seguano sempre questo dettaglio: non si potrà certo ammirare il sole dorato, forse tutt’al più un bel sole smeraldino. In questo modo il mondo mantiene una sua coerenza interna che lo caratterizza e lo rende davvero quel mondo, unico e diverso da tutti gli altri che sono stati creati.

D’altronde possiamo paragonare Narnia ad Hobbiville, il mondo delle Meraviglie con l’Isola che non c’è e tutti i mondi che vi sono e vedere che ognuno è diverso. Ognuno con le sue leggi, le sue regole e le sue mappe.

Un fantastico venerdì – Il passaggio della soglia

ovvero partire per un’avventura

Nella narrativa fantastica il mondo dell’esperienza quotidiana si scontra con l’effettiva ambientazione narrativa, che spesso contiene elementi poco o per nulla realistici: siano essi elementi più o meno magici, la presenza di essere soprannaturali o anche quella di costrutti meccanici (come accade nella fantascienza e nello steampunk).

Passare la soglia è letteralmente l’atto di staccarsi dal mondo della quotidiano per addentrarsi nel contesto più inaspettato ed incerto della narrazione ovvero nell’ambito del fantastico (o di ciò che ci fa percepire la dimensione del fantastico e la meraviglia). Pensate a quando prendete in mano un nuovo libro fantasy, magari il primo di una saga: non sapete esattamente dove porterà la porta che state aprendo nè quali tipi di incontri farete.
Come lettori noi compiamo questo passo semplicemente aprendo il libro ed apprestandoci a leggere: sappiamo che da un certo tipo di genere narrativo non possiamo aspettarci una coerenza sempre logica o di ritrovare fatti ed eventi simili a quelli della nostra quotidianità (come accade invece nella fiction, il romanzo realistico). Questo fa parte del “contratto” che stipuliamo con l’autore, dandogli il beneficio del dubbio su ciò che sta narrando.
Ci sono modi diversi con il quale lo scrittore ci permette di passare la soglia, alcuni più espliciti di altri:

  • In Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll questo processo non potrebbe essere più evidente: Alice, curiosa come tutti i bambini, si infila nella tana del Coniglio Bianco e la sua successiva caduta le permette di arrivare nel paese delle meraviglie
  • In Tolkien, invece, questo processo è più sottile – anche se non presente in tutte le narrazioni. All’inizio del Signore degli Anelli, infatti, non veniamo precipitati nella storia, piuttosto ci vengono presentati gli Hobbit con i loro usi e costumi, quasi dando ad intendere che esista davvero questa strana specie di esseri. Ci dunque introdotto quindi il mondo fantastico, anche se solamente in parte, permettendoci di cominciare la narrazione con un po’ di conoscenza dello stesso (e di comprendere il passaggio di soglia che faranno poi i protagonisti)
  • Nella saga Il trono di Spade di G.R.R. Martin – così come in moltissimi altri titoli – si viene invece coinvolti subito nella narrazione e negli avvenimenti. Sta poi all’abilità dell’autore presentare il mondo nelle sue varie sfacettature in modo da poterlo rendere comprensibile al lettore. Nonostante si arrivi “a metà” delle vite dei personaggi, infatti, e si accenni a diversi episodi precedenti la narrazione per darne un quadro più completo, tutto ciò è però messo in modo che il lettore possa capire ciò che sta accadendo.

La cosa interessante è che non siamo solamente noi lettori a passare la soglia, anche i personaggi intraprendono questo tipo di processo:

  • Per Alice il suo passaggio dal mondo della quotidianità al mondo fantastico coincide con il nostro: da bimba dell’età vittoriana, che si muove quindi in una dimensione umana a cui possiamo relazionarci, intraprende il viaggio in una terra caotica dove non vi è nessuna regola
  • Ne Lo Hobbit, nonostante non vi si trovi un elemento di passaggio precedente la narrazione, è però presente un tipo di dimensione domestica e quotidiana: quella di Bilbo Baggins. Bilbo è uno hobbit tranquillo, che si occupa delle sue faccende (che non sono poi tanto diverse da quelle di un qualsiasi abitante di un villaggio contadino o un’altra realtà rurale) e la cui tranquillità viene scombussolata dall’arrivo di Gandalf. Il passaggio della soglia, per Bilbo, accade quando decide – contro ogni regola del buonsenso hobbit – di partire, scegliendo coscientemente di staccarsi dal suo quotidiano per andare incontro all’ignoto.

In alcune narrazioni, invece, il passaggio della soglia non avviene o avviene in maniera “subdola”, per così dire. Questo processo, difatti, non va confuso o assimilato con l’evento destabilizzante che permette all’eroe/personaggio di intraprende il suo viaggio o che semplicemente lo conduce ad essere al centro degli eventi che si verificheranno poi. Questo perché se un elemento destabilizzante si può ritrovare in diversi tipi di narrazione, passare la soglia significa ritrovarsi nell’ambito del meraviglioso, sia esso legato al soprannaturale (troll, draghi, elfi ed altri esseri mitici) alla magia (con la presenza di maghi, streghe od oggetti particolari) e si rimane, comunque, all’interno dell’ambito dell’incerto.
Questo è il motivo per cui non si ritrova un passaggio di soglia, secondo me, nei libri de Il Trono di Spade e soprattutto non lo troviamo all’inizio della narrazione: le voci narranti, in questo caso, si muovono sì per qualche elemento destabilizzante, ma inizialmente all’interno della sfera del possibile (che Sansa sia promessa a Joffrey, per esempio, è qualcosa che in quel contesto ci si può aspettare come normale) e rimangono poi legati ad una serie di eventi – guerra, atrocità, intrighi – che con le dimensioni del meraviglioso/fantastico hanno poco a che fare. Vista in questo modo è Bran il personaggio che, secondo me, più di tutti si accosta a questo passaggio attraverso i suoi sogni e le sue capacità: lui sì che finisce nell’ambito del possibile, dell’incerto, del meraviglioso e del magico. Gli altri – Jon Snow e Daenerys, il primo per il suo contatto con gli Estranei e la seconda per i Draghi – devo personalmente ancora inquadrarli bene (eh, sì questa serie l’ho ancora in lettura. Conto di iniziare presto il penultimo tomo in inglese!)

I due processi – quello del lettore e quello del protagonista – non devono essere per forza coincidenti: Bilbo attraversa la soglia dopo di noi, Alice insieme a noi, in Westeros non accade (quasi) mai.
L’importante è essere pronti ad attraversare il confine.

Un fantastico venerdì – Introduzione

Il venerdì – quel mitico momento che aspettiamo durante tutta la settimana e che sembra non arrivare mai. E che si porta via tutto il week end in un attimo come la Befana fa con le feste invernali. Quando, finita la routine, possiamo immergerci in ciò che ci piace e trovare finalmente del tempo per noi. Insomma: il venerdì è fantastico. Ed io ho deciso di renderlo ancor più fantastico con questo progetto.

Un Fantastico Venerdì – un post a settimana per esplorare la letteratura fantastica e le sue varie dimensioni, luoghi e personaggi. Siete pronti per un’avventura?